PROLOGO

Gesoriacum, Belgica – fine agosto 793 ab Urbe Condita

Il vento portava odore di alghe marce, sale e legno bagnato. Il cielo era una lastra di piombo, gonfia di pioggia trattenuta a forza, e il mare del Nord vomitava onde corte e violente, quelle che spezzano remi e nervi. Il mare respirava in onde lente, e ogni respiro sembrava una risatina sommessa. L'esercito era già schierato, con i signa della VI Victrix e della XX Valeria che tremavano come ossa nel vento gelido, una creatura d'acciaio che si gonfiava e si chiudeva, viva e irritante come un animale impaziente. Ma lui non era ancora uscito.

Gaio osservava tutto dall'ombra della tenda. Sapeva di essere atteso. Sapeva che ogni uomo là fuori tratteneva il fiato. Gli piaceva questo silenzio, questa sospensione che precede il panico. "È così che dovrebbe essere sempre" pensò, torcendo l'anello d'oro nel buio.

Il clangore dei pila gli arrivava ovattato, come un'eco lontana. Gli optiones urlavano, i centurioni picchiavano il bacillus viteus sugli elmi, gli ingegneri ficcavano pali nella sabbia. Ma niente di tutto questo aveva valore finché lui non decideva che ne avesse.

Prima di muovere un dito, Gaio lasciò che il silenzio gli accarezzasse le orecchie. Il mare sussurrava in una lingua che solo lui capiva. "Germanico… padre…" pensò, sentendo un brivido caldo scorrergli nella spina dorsale. "Oggi tuo figlio domina gli dèi." Sfiorò il talismano che portava al collo, il metallo freddo e vivo sotto le dita. "Sto seguendo le tue orme, sto conquistando qualcosa che nessuno prima di me aveva neanche osato pensare."

Per un istante credette di sentire un palpito. Un cenno divino. Fu allora che sorrise, deciso. Il mondo era pronto a vederlo.

Scostò il lembo della tenda.

Alle sue spalle, Gesoriacum brontolava tra cantieri navali, scafi rovesciati e corde intrise di pece. Le torce sputavano fumo, soffocate dal vento della Manica.

La luce gli esplose negli occhi. Due signifer, lì accanto, si irrigidirono come se un dio fosse emerso dalla tela. Gaio ne percepì il terrore, lo assaporò. Le armature dei legionari tintinnarono appena, un suono sottile e nervoso, come denti che battono al freddo. Un optio abbassò lo sguardo, fingendo di sistemare la cinghia del gladio. Nessuno voleva incrociare gli occhi dell'imperatore. Il mantello di porpora bordato d'oro gli scivolò sulle spalle come pelle viva. L'odore della battigia, del ferro, della paura… Roma lo stava respirando.

"Guardate come si inchina Nettuno", pensò fissando l'orizzonte dove, oltre la cortina plumbea della nebbia, immaginava la Britannia. "Cesare aveva solo sfiorato quelle coste. Gaio le avrebbe prese." Pensò, con un sorriso che gli deformò la bocca. L'oceano ribolliva piano, schiuma bianca come un animale che finge sottomissione.

Si gonfiò il petto. Sentì il delirio salire, caldo, elettrico, irresistibile. "Cesare parla." La sua voce era morbida, melliflua, ma vibrava come una lama. "Cesare vi dice che egli ha messo a tacere Nettuno, lo ha fatto tremare nelle sue profondità!"

Alzò le braccia verso il cielo livido. Il mondo parve trattenere il fiato.

Gaio fece un passo avanti, lento, misurato, la porpora che strisciava sulla sabbia come sangue fresco. I tribuni erano rigidi come statue incrinate; i centurioni serravano le mascelle; gli optiones tenevano il fiato sospeso; i signifer tremavano più per paura che per freddo.

Gaio li guardò uno a uno, come un padrone che osserva cani troppo addestrati per ribellarsi. E sorrise.

"Miei fedeli legionari…" mormorò. Un brivido corse lungo le file. "Attaccate il mare."

Il silenzio cadde come una scure. Nessuno osò parlare. Nessuno osò muoversi. Perfino il vento parve inciampare.

Fu un centurione della prima coorte a spezzare l'incubo: "Avanti! Prima linea! A pila! A–attaccate… Nettuno!"

Le prime file avanzarono come uomini condotti al sacrificio. Pila sollevati, scudi serrati, passi pesanti nella sabbia. Gli sguardi erano un miscuglio di vergogna e incredulità.

E attaccarono.

Il metallo fendeva l'acqua. Le onde schiaffeggiavano gli scudi. I pila venivano scagliati contro le creste di schiuma, come se davvero lì si nascondesse un nemico. Ogni colpo era assurdo, grottesco, umiliante.

Gaio osservava in estasi.

Dopo un tempo che parve scolpito nella follia, alzò una mano.

"Basta."

Il comando fu un taglio netto. I legionari si immobilizzarono all'istante. Alcuni ansimavano, altri fissavano l'acqua come se volessero sparire. Gaio inspirò, assaporando il loro imbarazzo.

Poi, piano, spalancò le braccia.

"Ora… preparatevi. Raccogliete le spoglie del dio sconfitto! Conchiglie, sabbia, ciottoli… Roma saprà che perfino l'oceano si inginocchia!"

Le sue vene pulsavano forte, febbrili. Nessuno osava contraddirlo. Nessuno osava respirare senza che lui glielo concedesse.

"Guardatelo!" urlò, sentendo la propria voce farsi più grande di lui. "Persino Nettuno, miserabile cane, ha dovuto inginocchiarsi! Io sono il destino, sono il fuoco che divora gli dèi!"

Gaio sorrise, un sorriso che sembrava nascere direttamente dal suo smisurato ego. Le onde colpirono la riva con più forza, come un applauso. Alcuni soldati si scambiarono uno sguardo rapido e affamato di risposte. Uno vomitò silenziosamente nella sabbia, piegato dal gelo e dalla tensione. Un altro si inginocchiò per raccogliere la sabbia comandata, ma la postura sembrò una supplica. A Gaio piacque. Moltissimo.

All'inizio si mossero pochi, come se la vergogna fosse più pesante delle armature. Poi l'ordine, martellante come un flagrum, ricadde sulle centurie. I legionari si abbassarono nella sabbia bagnata, goffi come uomini spezzati, e iniziarono a raccogliere ciò che l'imperatore chiamava "spoglie".

Si sporcavano le mani, le tuniche, i mantelli. Le dita intorpidite dal freddo scavavano tra alghe imputridite e schiuma sporca, cercando conchiglie come schiavi mandati a cercare diamanti. Alcuni usavano gli elmi come cesti, la sabbia che colava dai bordi.

Gli occhi dei legionari erano un miscuglio di incredulità e terrore. Le labbra serrate, i respiri corti, l'umiliazione che si attaccava alla gola più della salsedine. Un miles della VI Victrix sollevò un elmo pieno di sabbia e conchiglie, lo osservò un istante come se stesse guardando il proprio onore marcire lì dentro.

Un altro, della XX Valeria, si inginocchiò troppo in fretta, scivolando con un gemito strozzato. Raccolse manciate di sabbia come se pregasse, le dita che tremavano per il freddo e per la follia di quell'atto.

Gaio guardava tutto con lo sguardo di un sacerdote che assiste al proprio sacrificio preferito.

"Roma conquisterà la Britannia… e queste saranno le prime vittorie!" rise, le braccia spalancate verso il mare in tumulto.

Le onde risposero con un fragore più cupo, quasi un grido.

Ai piedi di Gaio, migliaia di uomini si piegavano come servi piegati a raccogliere conchiglie. E il dio del mare, forse, rideva.

Il Princeps inspirò profondamente, assaporando quella scena come un vino raro. Poi si voltò, la porpora che frustava l'aria.

Il tribuno pretoriano Cornelio Sabino gli era addosso come un'ombra. Alto, spalle larghe, mascella serrata per non tremare. Gaio lo osservò con una lentezza morbosa, dall'elmo lucido fino alle caligae sporche di salsedine.

"Sabino."

Il tribuno scattò sull'attenti. "Cesare."

Gaio inclinò appena il capo, gli occhi due tagli di luce impazzita. "Rafforzate i turni di guardia. Non voglio che quel cane di Nettuno tenti una vendetta notturna."

Sabino impallidì. "Sì, Princeps." Non chiese nulla. Non osò. Girò i tacchi e corse verso il manipolo dei pretoriani, già pronti a obbedire a un ordine che non capivano.

Gaio, senza guardarlo più, schioccò le dita.

Un tesserarius gli si avvicinò di corsa, ansimando. "Cesare?"

"Convoca i legati della VI Victrix e della XX Valeria. Nella mia tenda. Ora."

Il tesserarius sprofondò in un inchino goffo e sparì nella nebbia.

Gaio rimase solo col mare. Osservò l'orizzonte dove l'oscurità si contorceva, un'ombra che sembrava respirare. Il vento era più gelido, più rapido, come una mano umida che gli afferrava il volto.

"Britannia. È lì che finirà il tuo nome, figlio di Germanico" pensò, e un brivido lo attraversò come un presagio.

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